Di particolare interesse risulta il tema della formazione dei lavoratori correlato alla possibile responsabilità del datore di lavoro in caso di infortunio.
La Corte di Cassazione si è espressa più volte sulla questio.
Una delle ultime sentenze in merito è quella del 16 aprile 2019 n. 16498, con la quale, la Suprema Corte esprime un concetto di fondamentale, “il datore di lavoro è tenuto ad informare il lavoratore circa i rischi propri dell’attività cui è preposto e dell’attività derivante dalla diretta esecuzione di operazioni ad altri riservate, ovviamente laddove vi sia un ragionevole rischio di interferenza funzionale tra le diverse operazioni (ex plurimis Sez.4, n.44106 dell’11/07/2014).”

Ed infatti “l’art. 73, comma 1 e 2, lettera b), del d. lgs. n. 81 del 2008, prevede l’obbligo per il datore di lavoro di far sì che, per ogni attrezzatura di lavoro messa a disposizione, i lavoratori incaricati dispongano di ogni informazione ed istruzione d’uso necessaria alla sicurezza, anche se si tratti di attrezzature da essi non usate normalmente.”

Nel caso specifico, la sentenza in commento ha confermato la condanna di due imputati, nelle rispettive qualità di “rappresentante legale della ditta D. s.r.l. (DC.) e di rappresentante legale della ditta appaltatrice P.S. soc. coop. (P.)”, per aver “cagionato la morte di T.M., lavoratore dipendente della ditta appaltatrice addetta alla manovalanza, attraverso l’inosservanza delle norme sulla prevenzione degli infortuni del lavoro e in particolare degli artt. 26, comma 3, 71, comma 4, del d. lgs. n. 81 del 2008 (per quanto attiene agli obblighi dell’imputato DC.) e degli artt. 17, 26, comma 2, e 37, comma 7, del d. lgs. n. 81 del 2008 (con riferimento agli obblighi imposti all’imputato P).”

Risolutiva è stata la testimonianza del consulente, il quale ha confermato lo svolgimento dei corsi all’interno dell’azienda, ma ha altresì spiegato, come i suddetti fossero tenuti in lingua italiana nonostante, i dipendenti impiegati nell’azienda fossero per la maggior parte stranieri e, soprattutto, ha sottolineato come la formazione non tenesse conto della differenza tra le mansioni svolte dai lavoratori, ma fornisse delle indicazioni generali sul complesso delle lavorazioni compiute negli stabilimenti.

L’attività di formazione, seppur svolta, non era idonea a formare i lavoratori in ordine allo svolgimento delle specifiche mansioni cui erano preposti e ad informarli in merito al complesso dei rischi connessi alla propria attività ed alle ulteriori operazioni inevitabilmente interferenti.
Dall’istruttoria è emerso inoltre, un prevedibile contesto di “confusione dei ruoli”, privo di un’effettiva distinzione di mansioni e competenze, ad esempio, la vittima dell’infortunio era solo formalmente considerato un preposto, ma di fatto svolgeva l’attività di un qualsiasi altro operaio.

In conclusione, la Cassazione confermando la condanna degli imputati nel secondo grado di giudizio recita le seguenti parole “la Corte d’appello ha ben rilevato che i corsi di formazione predisposti dagli imputati, sebbene svolti con cadenza trimestrale, non potevano ritenersi sufficienti a garantire ai lavoratori un idoneo livello di preparazione e informazione perché – secondo quanto emerso da plurime testimonianze – avevano carattere generale e poco approfondito, non prevedevano insegnamenti differenziati per le singole mansioni attribuite ai dipendenti, erano tenuti soltanto in lingua italiana anche se rivolti ad una compagine di lavoratori stranieri per buona parte incapaci di comprendere l’italiano e, soprattutto, non facevano alcun riferimento ai rischi “collaterali” insiti in talune lavorazioni per loro natura inclini a subire interferenze estranee rispetto all’ordinaria attività svolta dai lavoratori.”
Gli imputati, garantendo ai lavoratori una formazione generica, hanno contravvenuto all’obbligo di formazione specifica su di essi incombente e riguardante i rischi specifici riferiti alle mansioni, i possibili danni e le misure di prevenzione e protezione.
Tale negligenza si è tradotta nella responsabilità penale, accertata con sentenza definitiva, per omicidio colposo del lavoratore T.M. incorso nell’infortunio mortale.

Si ha responsabilità per omicidio colposo, come sopra, ogni qual volta chi, per legge ha l’obbligo giuridico di impedire un evento attuando le misure disposte dalle norme cautelari volte ad evitare l’evento lesivo, non lo fa.

Piombino, 30/03/2022

Avv. Annika Cinci