Corte di Cassazione – Penale Sezione IV – Sentenza n. 40702 del 29 settembre 2016

Il marchio CE non esclude la responsabilità del datore di lavoro e delle figure apicali che con esso, eventualmente, condividono la posizione di garanzia in favore dei lavoratori, questa è la massima affermata dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 40702 del 29 settembre 2016.

Nel caso di specie, un dipendente, addetto al controllo ed alla pulizia dell’impianto di trattamento dei rifiuti, al fine di rimuovere un pezzo di metallo incastrato tra i cingoli di uno dei nastri trasportatori, aveva infilato il braccio tra le parti in movimento della macchina non munite della protezione prevista negli allegati agli artt. 71 del DPR 27/4/1955 n. 547 e art. 70 del D. lgs. 9/04/2008 n.81 e volta ad impedire che parti del corpo dei lavoratori venissero trascinate dagli ingranaggi.

La Corte di Appello competete, confermando la sentenza di primo grado, aveva condannato l’amministratrice unica della società per il reato di cui all’art. 590 c. 1, 2, 3 c.p., per aver cagionato lesioni gravissime al lavoratore per colpa, consistita nella violazione di norme antinfortunistiche.

Avverso il sopradetto provvedimento, l’imputata aveva presentato ricorso in Cassazione, la quale aveva confermato la sentenza di condanna, rigettandolo.

In particolare, la Suprema Corte ha statuito come i marchi di conformità CE rendono lecita la produzione, la messa in commercio e la concessione in uso delle macchine che, caratterizzate dal suddetto marchio risultano rispondenti ai requisiti essenziali di sicurezza previsti dalle disposizioni legislative e regolamentari vigenti, ma contestualmente, la dotazione di tali marchi non è idonea ad esonerare da un’eventuale responsabilità penale del datore di lavoro.

Quanto sopra vuol significare che il marchio CE conferma la rispondenza di uno strumento a certi requisiti di sicurezza sanciti dalla legge, ma allo stesso tempo non esclude la possibilità che lo strumento stesso possa presentare vizi tali da mettere in pericolo l’integrità fisica del lavoratore.

Pertanto, anche l’accertamento di un’eventuale responsabilità del costruttore, per aver progettato e realizzato un macchinario in violazione delle cautele antinfortunistiche, non esclude la responsabilità del datore di lavoro, sul quale, in qualità di garante dell’integrità fisica dei dipendenti, grava l’obbligo di eliminare le fonti di pericolo per i lavoratori che devono usare il macchinario.

E’ infatti, obbligo del datore di lavoro garantire la sicurezza di tutti i dipendenti, adottando i più moderni strumenti offerti dalla tecnologia.

La responsabilità del datore potrà essere esclusa solo, qualora, il vizio di costruzione o di progettazione, sia impossibile da accertare, anche con l’ordinaria diligenza a causa delle caratteristiche del vizio stesso o della macchina, quantunque quest’ultima sia in possesso del marchio CE.

Nel caso di specie la mancanza dell’elemento di protezione era particolarmente evidente, tale da non poter sfuggire, senza incorrere in grossolana negligenza e, nella realtà dei fatti, in concreto non era sfuggito.

E’ stato, infatti, possibile ricostruire dall’istruttoria dibattimentale come, fossero state fornite ai lavoratori precise istruzioni su come intervenire sulla macchina cercando di aggirare il vizio dello strumento, in particolare, i lavoratori erano stati avvisati della necessità di mettere fuori servizio l’attrezzatura prima di intervenire.

In riferimento al contributo colposo della persona offesa, la Suprema Corte ricorda come, la condotta della vittima escluda la responsabilità del datore esclusivamente laddove sia connotata dal requisito dell’abnormità.

Nel caso che ci impegna, la Corte ha ritenuto che, l’infortunato ha compiuto un gesto istintivo e coerente con le sue mansioni, quale liberare la macchina da un frammento di metallo.

Avv. Annika Cinci