Cassazione Penale, Sez. 4, 22 luglio 2021, n. 28468

Con la sentenza 22 luglio 2021 n. 28468, la Suprema Corte torna ad esprimersi sul tema della responsabilità del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione.

L’indirizzo è già stato espresso più volte in precedenti altre sentenze della stessa Corte, ma nel corpo del provvedimento in questione, viene citata esplicitamente solo la sentenza della IV sezione penale n. 11708 del 21/12/20.

Nel caso specifico, il Tribunale Supremo conferma la sentenza della Corte di Appello con la quale veniva condannato ai sensi degli artt. 113 e 589 comma 1, 2, 4 c.p. un RSPP per avere, in cooperazione colposa con altri soggetti, cagionato la morte di un lavoratore dipendente della ditta presso la quale svolgeva la propria attività e per aver procurato lesioni colpose ad un altro lavoratore della stessa ditta.

Nell’ambito di lavori affidati a una ditta appaltatrice, i lavoratori, impegnati nella risoluzione di un problema al binario di scorrimento, erano precipitati da oltre 9 metri in seguito al venir meno del piano di calpestio provvisorio formato da lamiere precarie e pericolanti non fissate stabilmente sul proprio telaio.

Pertanto, il difensore dell’RSPP aveva proposto ricorso in Cassazione adducendo due motivi di gravame, in particolare, veniva lamentata l’erronea valutazione del ruolo dell’RSPP di cui all’art. 2 del D. Lgs. n. 81/2008, il quale, a parer della difesa, prevede che la sopradetta figura risponda del suo operato al datore di lavoro, il quale è il soggetto giuridico che deve adempiere agli obblighi prevenzionali.

Inoltre, nella seconda motivazione, il ricorrente sosteneva che il RSPP aveva regolarmente impartito le nozioni tecniche attraverso le riunioni relative alla formazione e informazione di tutto il personale interessato alla manutenzione, in modo che emergessero tutti i rischi presenti durante le fasi delle lavorazioni.

Nella realtà dei fatti, la Suprema Corte confermando quanto già rilevato dai giudici di merito, ha ritenuto che l’RSPP avesse sottoscritto un piano di sicurezza carente dei contenuti di cui all’art. 96, comma 1 lett. g) del D. Lgs. 81/2008 e privo di indicazioni precise in merito alla procedura da seguire per la realizzazione del piano di calpestio.

La Corte ha rilevato altresì, come, a causa dell’inadeguatezza della segnaletica utilizzata, i lavoratori non avessero la reale percezione dei rischi cui andavano incontro accedendo al cantiere.

Infine, gli operai non erano stati resi edotti della estrema pericolosità di quel piano e del concreto rischio di precipitazione.

Pertanto, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso per inammissibilità e, rimandando all’orientamento di legittimità prevalente, ha confermato la sentenza della Corte di Appello con la quale il prevenuto veniva condannato per i reati ad esso ascritti in quanto “il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, pur svolgendo all’interno della struttura aziendale un ruolo non gestionale ma di consulenza, ha l’obbligo giuridico di adempiere diligentemente l’incarico affidatogli e di collaborare con il datore di lavoro, individuando i rischi connessi all’attività lavorativa e fornendo le opportune indicazioni tecniche per risolverli, con la conseguenza che, in relazione a tale suo compito, può essere chiamato a rispondere, quale garante, degli eventi che si verifichino per effetto della violazione dei suoi doveri”.

11/10/2021

Avvocato Annika Cinci