Preliminarmente, occorre precisare come il committente, anche nel caso di affidamento dei lavori ad un’unica ditta appaltatrice, sia titolare di una posizione di garanzia idonea a fondare la sua responsabilità per un infortunio.

La sentenza n. 34893 del 31 Luglio 2019, invece, estende la suddetta responsabilità al committente nel caso specifico in cui, in cantiere siano presenti almeno due imprese esecutrici distinte e, il suddetto con negligenza, imprudenza, imperizia ometta di nominare il coordinatore per la progettazione.

La suprema Corte giunge alla suddetta conclusione esaminando la sentenza della Corte di Appello di Messina, con la quale veniva confermata la condanna di primo grado a carico del datore di lavoro e del committente, rinviati a giudizio per l’omicidio colposo del lavoratore folgorato a seguito di un contatto con una prolunga non a norma.

In particolare, il provvedimento affronta il caso specifico del committente che, per lo svolgimento dei lavori di ristrutturazione della propria abitazione, incaricava due imprese distinte, ma, colposamente, non procedeva alla designazione del coordinatore per la progettazione ai sensi dell’art. 90 comma 1 bis n. 2 del D. Lgs. 81/2008 e, durante i lavori incorreva nella verificazione di un infortunio mortale.

L’art. 90 comma 1 bis n. 2 del D. Lgs. 81/2008 introduce una regola cautelare, per la quale “nei cantieri in cui è prevista la presenza di più imprese esecutrici, anche non contemporanea, il committente, anche nei casi di coincidenza con l’impresa esecutrice, o il responsabile dei lavori, contestualmente all’affidamento dell’incarico di progettazione, designa il coordinatore per la progettazione” e, in quanto regola cautelare, il suo rispetto è teso ad evitare un evento lesivo.

Ecco che, la figura del coordinatore per la progettazione è volta ad evitare o, quantomeno ridurre, il rischio della verificazione di un evento lesivo o letale a discapito di chi svolge la propria prestazione lavorativa in un cantiere dove operano più imprese esecutrici.

Circostanza, quest’ultima, nella quale il pericolo circa la verificazione di un evento dannoso è certamente maggiore.

Pertanto, la Suprema Corte ha ritenuto di confermare la condanna del committente, in quanto la nomina di un coordinatore nella fase di progettazione ed esecuzione dei lavori, avrebbe potuto ridurre la probabilità di verifica dello stesso, in quanto tale tecnico avrebbe provveduto ad un’adeguata informativa e ad adottare opportune ed idonee misure di sicurezza.

Infine, la Cassazione esclude che, la responsabilità in commento gravi anche nei confronti del mero committente, ovvero di colui che sia proprietario dell’abitazione, ma non abbia sottoscritto nessun contratto con le imprese esecutrici e che non si sia mai interessati ai lavori.

In tale ambito, infatti, la Corte d’appello, aveva sancito la responsabilità di quella che era, unitamente al marito, la proprietaria dell’immobile oggetto dei lavori, desumendo il suo ruolo di “committente formale” dal verbale di contravvenzione redatto dal funzionario dell’Ente di controllo (Ispettorato del lavoro), che, aveva individuato entrambi i coniugi, appunto in qualità committenti. Nella sostanza, tuttavia, era emerso che solo il marito si era occupato dei contratti e dei rapporti con i professionisti e con le imprese e non anche la moglie. I giudici di legittimità hanno così ritenuto che la motivazione in ordine alla posizione di garanzia della ricorrente fosse contraddittoria e manifestamente illogica. Inoltre, nella stessa motivazione, non era stato posto in evidenza alcun elemento probatorio da cui desumere la posizione di “committente” asseritamente assunta dalla donna.

Ne consegue che, alla luce di tali considerazioni, la sentenza di condanna a carico dell’imputata è stata annullata (ancorché con rinvio per un nuovo giudizio), mentre è stata confermata la responsabilità penale pronunciata in capo al marito e agli altri imputati.

Legal Consultant

Avv. Annika Cinci

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