L’art. 89, comma 1, lett. i) del D. Lgs. n. 81/2008 definisce il concetto di impresa affidataria come l’impresa titolare del contratto di appalto che, nella esecuzione dell’opera appaltata, può avvalersi di imprese subappaltatrici o di lavoratori autonomi, adempiendo ai fondamentali obblighi penalmente sanzionati di prevenzione, protezione, cooperazione, coordinamento e supervisione rilevanti dal combinato disposto degli artt. 97 e 26 del D. Lgs. n. 81/2008.

Con la sentenza n. 12440 del 20 Aprile 2020, la Suprema Corte affronta il caso del legale rappresentante di una ditta affidataria, imputato del reato di omicidio colposo con l’aggravante di aver violato le norme antinfortunistiche.

Al suddetto veniva contestata l’inosservanza dell’art. 7 del D. Lgs. 19.9.1994 n.626 poiché, nella sua qualità di titolare della impresa appaltatrice dei lavori, ometteva di promuovere la cooperazione con la ditta subappaltatrice, non collaborando con essa nell’individuazione e valutazione dei rischi e nell’attuazione delle misure di prevenzione e di protezione, omettendo di verificare che la ditta subappaltatrice, nell’esecuzione dei lavori di “oliatura del cassero”, installasse ed utilizzasse adeguate opere provvisionali, quali trabattelli e cavalletti, idonee a prevenire la caduta dall’alta ed eseguire tali lavori in sicurezza.

Condotta quest’ultima che, in primo e secondo grado di giudizio, è stata ritenuta il nesso causale dal quale è scaturito l’evento morte del lavoratore, dipendente della ditta subappaltatrice, il quale ha perso la vita durante l’attività di “oliatura del cassero”.

Ricorrendo in Cassazione, il prevenuto proponeva i seguenti motivi di gravame:

  • violazione degli artt. 40, 42 e 43 c.p., per essere stata riconosciuta a suo carico una posizione di garanzia ignorando che, anche in considerazione delle dimensioni aziendali, la verifica del rispetto della disciplina antinfortunistica era stata rimessa ad una serie di figure intermedie;
  • il contrasto della pronuncia di condanna a carico del legale rappresentante con le sentenze di assoluzione emesse in favore dei coimputati, ovvero del direttore dei lavori e del coordinatore per la sicurezza in fase di progettazione e in fase di esecuzione.

La Suprema Corte sentenzia ritenendo infondati i suddetti motivi.

Gli ermellini hanno ritenuto che, al momento dell’evento, l’imputato, quale legale rappresentante, incarnasse la massima espressione della rappresentanza e dell’operatività dell’azienda in quanto, seppur la legge riconosca la possibilità di trasferire gli obblighi in materia di sicurezza sul lavoro gravanti sul datore ad un delegato ex art. 16 del D. Lgs. n. 81 del 2008, nel caso di specie non sono emersi elementi da cui inferire la presenza dei requisiti essenziali per consentire un trasferimento di una o più funzioni al soggetto delegato, facendo totalmente difetto una delega formale volta a definire l’ambito circoscritto, o ben definito, delle competenze trasferite.

Pertanto, la Cassazione riconosce a carico dell’imputato la posizione di garanzia di cui all’art. 40 c.p. e quindi l’obbligo di procedere alla valutazione dei rischi, assicurando la sicurezza e l’adozione di misure di prevenzione sul luogo di lavoro.

Con riferimento agli obblighi di cooperazione e coordinamento tra la ditta appaltatrice e quella subappaltatrice, la Corte di Cassazione precisa che, pur mancando all’epoca dei fatti l’obbligo di redirigere un documento unico, garante della condivisione normativa tra committente e appaltatore delle misure volte a prevenire e a fronteggiare il rischio derivante dalla coesistenza o dall’alternarsi all’interno di una azienda di lavorazioni in grado di “interferire”, esisteva una la disciplina di cui all’art. 7 del D. Lgs. n. 626/1994, peraltro oggetto di contestazione all’imputato.

L’art. 7 del D. Lgs. n. 626/1994 prevedeva che il datore di lavoro in caso di affidamento dei lavori all’interno della azienda, ovvero della unità produttiva a imprese appaltataci o a lavoratori autonomi fornisse agli stessi soggetti dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti nell’ambiente in cui sono destinati ad operare e sulle misure di prevenzione e di emergenza adottate in relazione alla propria attività.

Il secondo comma dell’art. 7 del D. Lgs. n. 626/1994 imponeva ai datori di lavoro di cooperare all’attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi sul lavoro incidenti sull’attività lavorativa oggetto dell’appalto, nonché di coordinare gli interventi di protezione e prevenzione dai rischi cui sono esposti i lavoratori, informandosi reciprocamente al fine di eliminare rischi dovuti alle interferenze tra i lavori delle diverse imprese coinvolte nella esecuzione dell’opera complessiva.

Nel caso di specie sarebbe stato compito della ditta affidataria quello di promuovere la cooperazione e il coordinamento, con esclusione dei rischi specifici dell’opera della ditta appaltatrice.

Per quanto riguarda il secondo motivo di gravame, la Corte ha spiegato come nel caso in questione non possa parlarsi di contrasto di giudicati  tra la pronuncia di condanna dell’imputato e la pronuncia assolutoria del CSE, coimputato nel medesimo procedimento, ma separatamente sottoposto a giudizio.

Al riguardo, occorre preliminarmente precisare come, le posizioni del legale rappresentante e del CSE non siano sovrapponibili.

Al CSE è stato, infatti, contestato un difetto di coordinamento tra imprese impegnate nelle opere di realizzazione del manufatto e un difetto nella verifica del rispetto del PSC da parte delle maestranze della impresa, mentre al legale rappresentante dell’impresa affidataria sono imputati i doveri di cooperazione, coordinamento ed informazione con l’impresa subappaltatrice.

Quest’ultimi attengono al diverso piano della collaborazione tra imprese operanti nello stesso cantiere e agli obblighi di informazione, di condivisione circa i rischi scaturenti dall’esecuzione delle opere e correnti in capo alla ditta affidataria delle stesse.

04/09/2020

Avv. Annika Cinci