CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 05 ottobre 2017, n. 45862 – Coordinatore per la Sicurezza in fase Esecutiva – un’altra condanna

Il caso di cui alla Cass. n. 45862/17 concerne un’ipotesi di responsabilità del coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione (CSE) per il reato di lesioni aggravate dalla violazione di una norma antinfortunistica.

In particolare, nel caso di specie, il suddetto ha violato la norma cautelare di cui all’art. 91, c. 1 lett. a) d.lgs. 81/08.

Dalla negligenza del ricorrente, un lavoratore nell’eseguire l’opera di ristrutturazione di un residence, è stato vittima di un grave infortunio. In particolare, l’operaio, eseguendo lavori di tinteggiatura sulle pareti esterne del vano ascensore e dovendosi spostare su uno dei lucernari, precipitava da un’altezza di circa cinque metri.

Per l’esecuzione del suddetto lavoro, il datore aveva fornito al dipendente, una tavola da posizionare sul vetro, ma quest’ultimo, dovendo sostenere nello spostamento il peso del rullo, del secchio e del pennello, perdeva l’equilibrio, appoggiandosi così sul vetro, che si frantumava facendolo cadere rovinosamente a terra.

Il coordinatore avrebbe dovuto, nel corso della progettazione dell’opera di ristrutturazione del centro residenziale, predisporre un piano di sicurezza e di coordinamento (PSC); nonché, in quanto titolare di una posizione di garanzia, avrebbe, altresì dovuto conformarsi ai compiti di vigilanza ad esso spettanti e consistenti:

  1. Nel controllo della corretta osservanza da parte delle imprese delle disposizioni contenute nel PSC redatto dal coordinatore;
  2. Nella verifica dell’idoneità del POS e la sua corrispondenza al PSC;
  3. Nell’adeguamento dei suddetti piani in relazione all’evoluzione dei lavori.

Nella realtà dei fatti, è emerso dall’istruttoria dibattimentale, come il ricorrente non abbia corredato il PSC di tavole e disegni esplicativi delle lavorazioni da effettuare sul tetto, non abbia verificato che, nel cantiere, non vi fossero carenze organizzative immediatamente percepibili, che le procedure di lavoro fossero coerenti con il PSC e che i rischi elencati in tale documento fossero stati adeguatamente valutati e presi in carico dal datore di lavoro.

Fattispecie, quest’ultima, chiaramente non verificata, così come rileva dalla sopradescritta dinamica dell’incidente.

La difesa del coordinatore, già condannato in Appello, si incentrava soprattutto sulla circostanza secondo cui la Corte aveva fondato la condanna sull’individuazione di compiti non conformi al dettato normativo e che la sua nomina presupponesse la presenza in cantiere di più imprese, attribuendo a tale figura una posizione di garanzia inerente il rischio interferenziale, anziché prevedere un ulteriore livello di controllo al fine di prevenire i reati propri del datore, del dirigente, del preposto.

La Cassazione, non uniformandosi alla linea difensiva, ha ritenuto come la stessa presenza di un PSC con relativa nomina del coordinatore per l’esecuzione, fosse indice sintomatico della scelta e della necessità di attribuire ad un soggetto diverso dal datore, dal dirigente, nonché dal preposto, un piano prevenzionistico, volto quest’ultimo a regolare il rischio interferenziale, anche in relazione al susseguirsi di una pluralità di lavorazioni affidate a più imprese non operanti contemporaneamente nel cantiere.

Per tutto quanto sopra esposto, la Suprema Corte, conformandosi ad ampia Giurisprudenza precedente, ha confermato la condanna riportata dal ricorrente in sede di Appello per il reato di cui all’art. 590 c.p. aggravato dalla violazione degli artt. 91, c. 1 lett. a) e 92 c. 1 lett. a) e b) del d.lgs. n. 81/08.

Il coordinatore per l’esecuzione e la progettazione incarna, infatti, una posizione di garanzia e controllo verso i lavoratori, così come previsto dal T.U. sulla sicurezza.

Pertanto, la sua responsabilità nasce dalla violazione di una norma cautelare e dal conseguente perfezionamento di una fattispecie penale.

Il giudizio di responsabilità dell’imputato risulta correlato alla non conformità del piano operativo di sicurezza (POS) predisposto dall’impresa, unitamente alla mancata applicazione di talune disposizioni del piano di sicurezza e coordinamento (PSC) predisposto dallo stesso CSE; si tratta, in particolare, di opere provvisionali di sicurezza (posizionamento di tavole sulla superficie dei lucernari), in relazione ai quali il POS risultava inadeguato (e la cui verifica competeva allo stesso CSE).

Se, dunque, la medesima pronuncia ha accertato che il POS redatto dall’impresa, alle cui dipendenze lavorava l’infortunato, non prevedeva specifiche misure di prevenzione e protezione contro il rischio di caduta dal lucernario, tale punto della decisione non evidenzia responsabilità del coordinatore per la sicurezza sovrapposte a quelle del datore di lavoro, ritenuto, altresì, colpevole per aver concretamente fornito al lavoratore una tavola da posizionare sul lucernario, del tutto inadeguata come piano di lavoro.

In estrema sintesi, ancorché non possa ascriversi al CSE l’obbligo di eseguire un puntuale, continuo, controllo, momento per momento, delle singole attività lavorative che si svolgono in cantiere (Sez. 4, n. 3288 del 27/09/2016, dep. 2017, Bellotti, Rv. 26904601; Sez. 4, n. 18149 del 21/04/2010, Celli, Rv. 24753601), viene ribadito il compito, normativamente previsto, di verificare che nello stesso luogo di lavoro non vi siano carenze organizzative immediatamente percepibili, che le procedure di lavoro siano coerenti con il PSC e che i rischi elencati in quest’ultimo documento siano stati adeguatamente valutati dal datore di lavoro.

Legal Consultant

Avv. Annika Cinci